Come scrivere una conclusione

Nei precedenti articoli abbiamo parlato di come strutturare un testo nelle sue diverse parti, con questo vogliamo invece dare una serie di consigli professionali per scrivere una conclusione efficace. La conclusione ha una funzione essenziale: sintetizzare e collegare le informazioni presentate nel testo, evidenziandone l’importanza e lasciando al lettore un’impressione finale su quanto detto. Quando una conclusione è scritta bene, chi legge rimane con la sensazione di aver compreso quanto appena letto, ed è portato a considerare convincenti e solidi gli argomenti esposti nel testo. E questa impressione conclusiva è fondamentale perché influenzerà il giudizio – positivo o negativo – del lettore. A questo scopo, è importante che la conclusione del nostro testo sia semplice e chiara, e che susciti nel lettore proprio quelle impressioni che vogliamo lasciare: convinzione, interesse, indignazione, commozione, sorpresa?

Vediamo ora più in dettaglio quali accorgimenti si possono adottare per strutturare in maniera efficace il paragrafo conclusivo di un testo. Anzitutto, è importante riproporre la frase chiave che abbiamo già utilizzato nel corpo del testo per comunicare il nostro punto di vista o tesi. Evita però di ripetere la la frase chiave in maniera del tutto identica, ma ricorri a delle varianti utilizzando dei sinonimi e una struttura diversa. Se l’organizzazione del testo prevede diversi punti, ciascuno dei quali illustra un aspetto del tema o un argomento a supporto della tesi, può essere una buona idea ricapitolare nel paragrafo conclusivo ciascuna di queste parti. L’importante è farlo in maniera sintetica e, se possibile, evidenziando i collegamenti fra tutto quello che abbiamo detto, anche – e soprattutto- le connessioni implicite (causa/effetto, prima/dopo, ecc). Oltre a sottolineare l’importanza di quanto discusso e la forza degli argomenti illustrati, usa la conclusione per accennare a possibili prospettive future o soluzioni a problemi evidenziati nel testo, oppure facendo riferimento a temi più vasti che siano comunque collegati a ciò di cui hai parlato.

È essenziale utilizzare parole ed espressioni che facciano capire al lettore che è giunto al paragrafo conclusivo del testo. Per farlo, sforzati di essere originale e non esordire con i soliti “in conclusione”, “insomma”, “infine” e simili. Ricorri piuttosto alla ripresa di parole, espressioni, citazioni, dati ed esempi che hai utilizzato nel primo paragrafo, o comunque più indietro nel testo, perché questo darà un senso di completezza e di circolarità al tutto. Presta inoltre particolare attenzione al passaggio dall’ultimo paragrafo alla conclusione, cercando di collegarli da un punto di vista logico. In generale evita di utilizzare nella conclusione frasi ed argomenti troppo complicati, che risulterebbero troppo dispersivi in chiusura del discorso: nel paragrafo finale è importante utilizzare un linguaggio chiaro e semplice allo scopo di mantenere alta l’attenzione del lettore fino all’ultima parola. Una volta scritta la conclusione, rileggila più volte, possibilmente a voce alta, per controllare che la struttura sia solida, che il linguaggio utilizzato sia semplice ma non banale e scontato, e che l’impressione prodotta sia coerente con la finalità del tuo testo.

In questo articolo abbiamo visto come scrivere una conclusione efficace, e quali strategie utilizzare per strutturarla al meglio. Come avrai capito, questa parte del testo riveste un’importanza fondamentale perché da essa dipende in larga misura l’impressione finale che il nostro lettore ricaverà da ciò che abbiamo descritto e discusso. Sarebbe quindi un errore sottovalutarne l’importanza e limitarsi a una frasetta di circostanza, magari ripetendo senza troppe variazioni quanto già detto nel testo. Un bel testo, efficace e ben strutturato, sarà ulteriormente valorizzato da una conclusione brillante e lascerà il segno sul lettore.

 

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La formula magica per un libro di successo

Come agenzia di ghostwriting riceviamo proposte di soggetti da potenziali clienti che ci chiedono di sviluppare per loro conto l’idea che hanno avuto, oppure di valutare il loro manoscritto. In molti casi si tratta di soggetti interessanti e originali, che sicuramente hanno i numeri per diventare libri di successo. Ma come si fa a riconoscere un’idea vincente? Qual è il segreto per convincere una casa editrice a pubblicare un libro?

Qualche dato

Secondo l’ultimo rapporto sullo stato dell’editoria italiana (AIE 2017), nell’anno 2016 sono stati pubblicati in Italia 66.000 titoli a stampa. Gli ebook pubblicati ammontano invece a 80.000 circa, anche se in termini di fatturato il mercato degli ebook vale solo il 5% del totale (in crescita, ma inferiore alle attese). Il rapporto dell’AIE indica come il principale problema dell’editoria italiana sia il basso indice di lettura: il calo dei lettori di libri è in Italia progressivo e costante ormai da molto tempo, facendo registrare nel corso del 2016 una preoccupante diminuzione del 3%. Il dato è ancora più allarmante se consideriamo che all’interno del ceto dirigenziale e professionale quasi il 40% delle persone dichiara di non leggere alcun libro nel tempo libero (fonte: OCSE-PISA).

Siamo, insomma, un Paese che legge pochissimo: se confrontiamo il dato con quello di altre nazioni vediamo che la media italiana (40,5%) si colloca ben al di sotto di quella spagnola (62,2%), tedesca (68,7%) e francese (84%), per citare solo i Paesi più vicini al nostro.

Sembra dunque paradossale che in un Paese dove si legge sempre meno si pubblichino invece sempre più titoli: rispetto al 2016 sono stati pubblicati più manuali (+3,9%) e più titoli di narrativa (+o,3%).

Un libro nel cassetto

Dei circa 60.000 titoli che ogni anno si pubblicano in Italia, si stima che circa 10.000 siano opere letterarie alla prima edizione. Dietro questo numero considerevole di scrittori esordienti c’è in realtà un esercito di scrittori dilettanti, persone che si divertono a scrivere nel loro tempo libero e sognano che il libro che hanno nel cassetto possa un giorno venire pubblicato. O magari ritengono di aver vissuto una vita da romanzo, e che la loro storia sia degna di un libro.

Molte delle persone che ci contattano per raccontarci la loro storia o il soggetto che hanno in mente per il loro romanzo d’esordio ci chiedono qual è il segreto per convincere una casa editrice a pubblicare un libro. Con questo articolo vogliamo provare a rispondere a questo interrogativo. La risposta, evidentemente, è che non c’è un segreto, e tanto meno esiste una ricetta miracolosa che assicuri la pubblicazione, dal momento che i fattori in gioco sono molti, e molto complessi. E tuttavia ci siamo chiesti se, sulla base della nostra esperienza, non ci fosse possibile individuare almeno qualche consiglio essenziale per aspiranti scrittori al loro esordio: una sorta di vademecum in cinque, sintetici punti con cui mettere in guardia dagli errori più comuni coloro che aspirano a pubblicare un libro con una casa editrice.

1. Scrivi di ciò che conosci

Uno dei consigli più vieti che si possano dare a un aspirante scrittore, eppure la validità di questo principio è indubitabile. Bisogna sempre scrivere di ciò che si conosce. Ci permettiamo tuttavia di spiegare meglio cosa si intende davvero con questo. Scrivere di ciò che si conosce non vuol dire che, se per esempio sono un insegnante, dovrei scrivere un romanzo che abbia come soggetto la scuola… posso scrivere, se voglio, anche un romanzo il cui protagonista sia un metalmeccanico, ma per farlo dovrò documentarmi. Se voglio scrivere un romanzo che parla di un gruppo di surfisti californiani non devo necessariamente essere un appassionato di surf e aver vissuto in California, ma è necessario che mi documenti ed è importante che, alla fine di questo processo, arrivi a conoscere bene il mondo che voglio rappresentare.

2. Un buon soggetto è metà dell’opera

Quello che molti non sanno è che il soggetto del libro conta più della forma. Con questo non vogliamo dire che si debba scrivere in maniera sciatta e trascurata, ma semplicemente che occorre curare con estrema attenzione il soggetto, che deve essere originale, deve imporsi con prepotenza all’attenzione di chi legge e deve, possibilmente, dire qualcosa di nuovo. Insomma: una casa editrice cerca un soggetto che sia in grado di vivere di vita propria, la cui forza sia tale da non poter essere ignorata dal lettore. Se un soggetto possiede queste caratteristiche, eventuali difetti di stile passano in secondo piano, perché le case editrici possono contare sul lavoro di editor professionisti che sono in grado di sollevare uno stile troppo piatto, migliorare l’espressione sul piano sintattico e lessicale, correggere errori ortografici e via discorrendo. Considerate che ha maggiori possibilità di essere pubblicato un romanzo dal soggetto brillante e originale ma debole dal punto di vista della forma rispetto a un romanzo impeccabile a livello formale ma con un soggetto mediocre.

3.Valutati con distacco

Uno scrittore tende a mettere molto di sé in ciò che scrive, ed è quindi difficile che riesca a valutare in modo obiettivo il risultato del suo lavoro. Spesso, però, proprio gli elementi a cui è maggiormente affezionato, e a cui dunque non riesce proprio a rinunciare, sono i punti deboli della scrittura. È quindi fondamentale cercare di valutare con distacco quello che si è scritto: leggere ad alta voce il testo aiuta a distanziarsene, come pure chiedere a una persona di fiducia di leggerlo e darci il suo parere.

4. Less is more

Serve spiegarlo? Ricorda che tutto quello che aggiungi e che non è assolutamente necessario ad esprimere l’idea non solo è inutile, ma può essere addirittura dannoso. Alla fine del processo di scrittura sarebbe buona norma rileggere più volte quanto scritto nell’ottica di individuare ciò che è buono e liberarlo dal superfluo che rischia di soffocarlo, come si fa con una pianta che deve crescere rigogliosa. La parola d’ordine in questo caso è tagliare: chiediti se eliminando una certa descrizione (che magari ami perché ti sembra così ben scritta, così lirica, e perché hai impiegato giorni a scriverla) l’idea generale ne risulterà indebolita. Se la risposta è no, taglia senza pietà. Un bravo scrittore impiega più tempo a tagliare e rimaneggiare un testo che a scriverlo.

5. Chiama le cose col loro nome, e che sia il più possibile esatto

Quando scriviamo, è fondamentale usare un linguaggio il più possibile esatto e preciso, e a sua volta la concretezza della storia, dell’ambientazione e dei personaggi ne trarranno grande beneficio. Ma cosa intendiamo con “linguaggio il più possibile esatto e preciso”? Una cosa in genere ha un nome esatto che la identifica: invece di ricorrere alla sua definizione o descrizione, usare il nome esatto della cosa serve a non appesantire lo stile. Per esempio, una “pentola dai bordi alti con due manici” si può chiamare “casseruola”. Inoltre, sempre per rendere più concreta la tua scrittura, ricorri ogni volta che puoi ai termini specifici invece degli abusati termini generici. Consideriamo una possibile scena di un romanzo. “La giornata era afosa e il parco era quasi deserto. Una ragazza con un cappello di paglia sedeva su una panchina all’ombra di un albero”. Se invece scrivo che “la giornata era afosa e il parco era quasi deserto. Una ragazza con un cappello di paglia sedeva su una panchina all’ombra di un olmo”, la scena acquista più colore, spessore e vivezza: al nome generico, di per sé insulso e poco significativo, preferisci il termine specifico, che aiuta a rappresentare con maggior concretezza la scena. Ovviamente questo non vuol dire che si debbano usare termini specialistici i a casaccio: il principio di verosimiglianza non deve essere mai tradito. Se scrivo, per esempio, che “nel giardino erano in fiore i ………., i ………. ed i………..”, non posso sostituire i puntini con dei nomi qualsiasi presi a caso da un manuale di botanica: visto che si parla di “fioritura”, dovranno essere piante che verosimilmente possano essere in fiore nello stesso periodo. Non potrò, quindi, scrivere, che “nel giardino erano in fiore gli iris, i ciclamini e la mimosa”.

 

Con quest’ultimo consiglio ci siamo addentrati nel campo minato dello stile. Da questo punto di vista ci sarebbe in realtà ben più da dire, perché sono moltissimi i difetti che tipicamente si riscontrano in uno scrittore esordiente: per esempio, siete sicuri che tutte le subordinate e le parentetiche che volete usare siano assolutamente necessarie? O ancora: esistono aggettivi in grado di esprimere di per sé stessi concetti superlativi, che pertanto possono sostituire gli abusati nessi avverbio + aggettivo (per esempio, invece di “molto triste” si può dire “affranto”). Si tratta di una risorsa stilistica di grande efficacia a cui però in pochissimi fra gli scrittori esordienti (e anche fra quelli affermati) ricorrono.

 

Ci fermiamo qui. Ci siamo limitati a indicare pochi punti che ci stanno particolarmente a cuore, ma siamo sicuri che questi consigli possano essere di grande aiuto per chi vuole migliorare la propria scrittura. Un segreto per convincere una casa editrice a pubblicare un libro non c’è, lo ripetiamo, così come non esistono ricette facili per scrivere un libro di successo. Aggiungiamo, a questo proposito, un ultimo consiglio: è necessario armarsi di pazienza perché non si può pensare di avere tutto e subito. Prima di ottenere una risposta positiva, uno scrittore esordiente si vedrà rifiutare un manoscritto da decine di case editrici (che in molti casi non risponderanno neanche…), ma è fondamentale non lasciarsi scoraggiare dalle prime difficoltà.

 

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Per scrivere una buona composizione (sia essa un tema scolastico, un articolo per un blog o un articolo giornalistico) è necessario rispettare delle regole ben precise. Come dice la parola stessa, una “composizione” implica un’operazione logica mediante la quale si “compone”, cioè si mette insieme ordinatamente e organicamente delle parti. L’enfasi su ordinatamente e organicamente non è casuale: molti credono che una composizione sia semplicemente un flusso di parole che da un punto di partenza arriva a un punto finale, e molto spesso si tende a valutarne la bontà, anche in ambito scolastico, in base alla correttezza ortografica e alla proprietà di linguaggio, o rispetto a una non definibile (né quantificabile) “originalità”, piuttosto che sulla base della struttura e dell’efficacia dell’argomentazione, che sono invece i pilastri sui quali si regge un buon testo. Una composizione è molto più di un flusso di parole in libertà: è una struttura ordinata e organica in cui ciascuna delle parti obbedisce a una precisa finalità. Quando strutturiamo un testo dobbiamo quindi essere consapevoli della funzione di ciascuna parte, che non può essere collocata e articolata in maniera casuale o “impressionistica”.

Come si struttura un testo

Le pagine Internet che spiegano come scrivere una composition in inglese fanno tutte più o meno riferimento alle stesse regole, che sono estremamente codificate. Inoltre, qualsiasi di esse vi dirà che la struttura della composition è fondamentale. Un testo ben articolato si compone di un paragrafo introduttivo, una serie di paragrafi in cui si sviluppa il tema e un paragrafo conclusivo. La regola canonica prevede un numero preciso di paragrafi in cui il tema va sviluppato: dovrebbero essere tre (oltre ovviamente al paragrafo introduttivo e a quello conclusivo), ma a seconda delle esigenze il loro numero può anche aumentare. L’introduzione serve a presentare l’oggetto del discorso, illustrando il problema e la tesi che si vuole sostenere. Nei paragrafi in cui articoleremo lo sviluppo del tema andremo ad esporre gli argomenti a sostegno della nostra tesi oppure i diversi punti in cui si articola l’argomento di una composizione descrittiva. La funzione della conclusione, infine, è quella di sintetizzare quanto detto nei paragrafi precedenti e riassumere la tesi.

È importante cercare di essere il più possibile specifici, evitando gli argomenti troppo generici o semplicistici. Una regola di composizione vuole che a ciascuno dei paragrafi corrisponda uno e un solo argomento a supporto della tesi. Ciascuno di questi punti (abbiamo detto che canonicamente sono tre ma possono essere di più) deve essere supportato da un’argomentazione logica e da prove il più possibile precise e dettagliate: queste possono essere rappresentate da citazioni di fonti, fatti, dati e statistiche. Una regola d’oro per strutturare un testo in maniera efficace è considerare le possibili domande o obiezioni che un ipotetico lettore potrebbe fare. Ciò è importante per due ragioni: anzitutto, perché gli argomenti che si espongono nel discorso dovrebbero sempre rispondere a tali obiezioni o dubbi; in secondo luogo, tenere in considerazione possibili appunti e contestazioni di un ipotetico lettore può aiutarti a trovare gli argomenti stessi di cui parlare. Perciò, quando non sai cosa dire o cosa aggiungere a quanto detto, sforzati di considerare tutti i punti della questione e immagina per ciascuno i possibili argomenti e contro-argomenti che possano essere formulati. Ricorda, infine, che tutto ciò che non supporta davvero la tesi (in special modo argomenti e affermazioni triviali, generici o troppo semplicistici) è superfluo, e pertanto andrebbe eliminato.

Come si struttura un paragrafo

Ogni paragrafo dovrebbe sviluppare un’idea principale, che deve essere formulata in maniera esplicita all’inizio del paragrafo stesso, se possibile in una sola frase, e poi supportata da informazioni aggiuntive e prove nel corpo del paragrafo. Nella frase iniziale focalizziamo l’argomento fornendo indicazioni su quale sarà la direzione che il nostro discorso prenderà nel paragrafo. Dovrebbe quindi essere costruita secondo regole precise: deve contenere una menzione esplicita del tema del paragrafo,  e deve indicare chiaramente al lettore che argomento o tesi presenteremo in rapporto a quel tema. È necessario che questa frase, che potremmo chiamare “tesi”, sia seguita da una “dimostrazione”, ovvero una serie di argomenti che forniscono prove a supporto della tesi, esempi che la illustrano e informazioni che la spiegano. In questa fase della stesura del paragrafo è necessario essere il più possibile concreti e specifici: gli argomenti a supporto della tesi possono quindi essere statistiche, percentuali, dati tratti da studi o rapporti; riferimenti a storie, aneddoti o esperienze personali; citazioni da fonti primarie o secondarie; fatti o esempi concreti. Infine, è necessario enunciare in maniera chiara per quale ragione le informazioni e i dati presentati sono rilevanti ai fini della nostra esposizione: ricorda che il lettore deve capire in maniera inequivocabile in che modo questi argomenti supportano la tua tesi. È inoltre consigliabile presentarli in maniera ordinata, per esempio facendoli precedere da indicazioni come “anzitutto”, “in primo luogo”, “in secondo luogo”, eccetera. Un paragrafo può inoltre contenere una frase conclusiva, anche se quest’ultima non è sempre necessaria. La conclusione ha una funzione essenziale: deve sintetizzare le informazioni presentate nel paragrafo, per cui spesso è opportuno riprendere parole o espressioni già utilizzate nella frase con cui abbiamo formulato l’argomento del paragrafo, per far capire al lettore che stiamo riepilogando quanto detto; può inoltre essere utile impiegare qui espressioni che introducono una conclusione, come “perciò”, “pertanto”, “di conseguenza”. La conclusione può anche servire a collegare il paragrafo a quello successivo: in questo caso può essere opportuno anticipare parole o espressioni con cui formuliamo l’argomento nel paragrafo successivo.

In questo articolo abbiamo dunque visto a quali criteri deve essere improntata la struttura di un testo nelle sue parti principali; abbiamo spiegato anche, all’interno di ciascuna parte, in che modo vanno costruiti i singoli paragrafi. In breve, la regola d’oro è che l’idea centrale deve essere formulata chiaramente nell’introduzione; deve poi essere sviluppata in pochi punti chiave (in genere tre), che possono essere gli argomenti principali in cui si articola la descrizione dell’oggetto dell’esposizione o le principali prove a sostegno della tesi che vogliamo dimostrare; a ognuno dei punti chiave deve corrispondere un solo paragrafo; alla conclusione spetta infine di riepilogare in maniera concisa e sintetica quanto detto e dimostrato. Un testo ben costruito e immediatamente riconoscibile nelle sue parti rende al lettore più facile il compito di seguire un discorso, ma permette anche a chi scrive di inquadrare e affinare meglio l’idea che vuole comunicare. Come abbiamo cercato di dimostrare, per scrivere bene è necessario strutturare in maniera solida quello che scriviamo. Sforzarti di articolare un testo secondo delle regole di composizione ti aiuterà a ragionare meglio: se il riassunto è un esercizio senz’altro essenziale per migliorare la padronanza lessicale e allenare la capacità di comprensione testuale, l’esercizio della composizione è fondamentale per migliorare le capacità logiche e di ragionamento.

 

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Scrivere in maniera efficace richiede delle regole ben precise, che difficilmente vengono insegnate. Abbiamo già dedicato diversi articoli ai criteri per strutturare un testo e alle tecniche da usare. In questo articolo ci occupiamo di una parte fondamentale del testo, l’introduzione: forse ti sorprenderà leggerlo, ma anche nel caso dell’introduzione ci sono delle regole piuttosto codificate da seguire. Ti illustreremo le tecniche per costruire in maniera impeccabile l’introduzione di un tema o di un articolo per un blog o giornale, e ti spiegheremo quali sono gli errori che vanno evitati per non cadere nella trappola di un’introduzione banale o fiacca.

Caratteristiche di una buona introduzione

Il primo passo per scrivere un’introduzione efficace è capire qual è la sua funzione nell’economia del testo e, conseguentemente, che caratteristiche deve avere e come deve essere strutturata. La sua funzione è quella di presentare l’oggetto della composizione, deve quindi introdurlo e aiutare il lettore a comprendere di cosa si parlerà. Che caratteristiche dovrebbe avere? Per prima cosa, deve essere breve: tieni in mente che dovrebbe rappresentare circa il 10% della lunghezza totale del testo (probabilmente non lo avrai notato, ma la lunghezza dell’introduzione di questo articolo rappresenta proprio il 10% del totale). È quindi importante che sia sintetica e concisa, ma allo stesso tempo occorre fare attenzione a non cadere nella trappola delle semplificazioni: per essere concisi rischiamo infatti di semplificare troppo, ed è probabilmente questo il difetto più comune di un’introduzione.

Passiamo quindi a vedere come dovrebbe essere strutturata un’introduzione per essere davvero efficace. Anche qui ci sono delle regole ben precise da seguire. L’introduzione dovrebbe comporsi di almeno tre parti: una prima parte che potremmo definire incipit, una seconda parte in cui si amplia e si sviluppa quanto è stato detto nell’incipit, e una parte finale in cui si enuclea la tesi che si dimostrerà, oppure – in un contesto informativo – l’aspetto specifico di un tema generale che si andrà a descrivere. Si può inoltre prevedere un’ulteriore parte, nella quale si presenta una panoramica della struttura che avrà il nostro testo e dei vari punti in cui esso si articolerà (consigliato nel caso di un’esposizione particolarmente complessa e articolata).

L’incipit è probabilmente, insieme alla conclusione, la parte più difficile da scrivere, ma se segui queste regole non dovrebbe metterti in crisi. Si sceglie spesso di aprire l’introduzione con una citazione, ma ti sconsigliamo di farvi ricorso perché si tratta di una tecnica decisamente abusata. Molto più incisivo è aprire l’introduzione con un aneddoto, purché sia rilevante rispetto al tema che si andrà a sviluppare: l’aneddoto scelto dovrebbe essere significativo e interessante, e dovrebbe colpire l’attenzione. Un’altra tecnica è quella di aprire l’introduzione con una domanda retorica: purché sia rilevante rispetto all’argomento e purché sia seguita da una spiegazione, può essere una soluzione molto efficace, meglio poi se si pone una questione stimolante e, perché no, provocatoria (ma non in tono polemico). Infine, un’altra soluzione molto utile è quella di presentare in apertura un dato o un fenomeno particolarmente significativo in rapporto al tema della composizione, che risulti magari sorprendente. Nella parte successiva andremo a fornire un contesto a quanto abbiamo enunciato nell’incipit, ampliando quanto abbiamo appena detto e fornendo ulteriori dettagli che servano al lettore a farsi un’idea più precisa e concreta. Se stai scrivendo un testo descrittivo, è proprio in questa parte che potrai fornire informazioni essenziali sull’argomento (per esempio, una brevissima sinossi se stai scrivendo di un’opera letteraria). Arriviamo infine alla parte finale dell’introduzione, che è in realtà la parte più importante: la tesi che vuoi dimostrare (se invece di un testo argomentativo stai scrivendo un testo descrittivo-informativo, sarà l’aspetto specifico del tema generale che esporrai). È essenziale che la tesi sia formulata in un certo modo, e che sia perfettamente riconoscibile: per esempio, è importante che non sia presentata come una domanda, ma piuttosto come una risposta a una domanda. Dovrebbe poi rappresentare un punto di vista originale e innovativo rispetto al tema, e il più possibile concreto e specifico. Le tesi troppo generiche o semplicistiche vanno sempre evitate. È poi fondamentale che nello sviluppo della composizione la tesi sia supportata da argomenti validi. Ricorda poi di tenere sempre in considerazione i possibili argomenti contrari alla tesi che ti proponi di difendere, perché è proprio a questi argomenti contrari che devi cercare di rispondere nei vari punti in cui si articolerà il tuo scritto.

Errori da evitare

Vediamo infine quali sono i principali errori che si possono commettere in fase di stesura di un’introduzione. Anzitutto, non sforzarti di aprire il tuo scritto con trovate e frasi ad effetto: non è questa la funzione che dovrebbe avere un’introduzione efficace, l’introduzione deve semplicemente presentare ciò di cui si parlerà, non deve stupire a tutti i costi. Dovresti evitare anche il ricorso a luoghi comuni e affermazioni troppo vaghe o generiche. Nella maggior parte dei casi si tratta di cose risapute o troppo banali, che il lettore conosce benissimo. Ricorda che al destinatario del tuo testo non interessa leggere qualcosa che sa già. Evita quindi le generalizzazioni e le semplificazioni, anche perché sono sempre superflue ai fini del discorso, sia che tu debba difendere una tesi sia che debba semplicemente descrivere un aspetto specifico di un tema più vasto.

Evita dunque le affermazioni troppo vaghe, o troppo semplicistiche, o troppo generiche. Piuttosto, un criterio molto efficace per capire cosa dire nella tua introduzione è questo: se nel tuo lavoro di studio sull’argomento o nella ricerca delle fonti per la stesura del testo ti sei imbattuto in un aspetto del tema che hai trovato particolarmente interessante, puoi usarlo proprio nell’introduzione.

 

Con questi consigli e suggerimenti su come scrivere un’introduzione efficace speriamo di aiutarti a migliorare la tua capacità di scrittura: utilizzando le tecniche di costruzione che abbiamo illustrato riuscirai di sicuro a scrivere senza troppe difficoltà un’introduzione incisiva e in grado di suscitare l’interesse dei lettori.

 

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